giovedì 22 giugno 2017

Intervista a Carlo Ambrosini


La manifestazione Palmanova –The Game Fortress si sta avvicinando e Carlo Ambrosini sarà uno dei suoi protagonisti. Disegnatore e autore completo di indimenticabili storie di Dylan Dog, ideatore di due personaggi innovativi per la Sergio Bonelli Editore, quali Napoleone e Jan Dix, incontriamo l'artista bresciano a ridosso della partecipazione al festival della città stellata.


Da autore storico di Dylan Dog, come giudichi il nuovo ciclo della serie?

La conduzione di Roberto Recchioni mi risulta godere della fiducia dell’autore di Dylan e il punto di vista di Tiziano Sclavi direi che non possa essere discusso. Personalmente, pur apprezzando talune innovazioni, tendo a restare legato all'idea del personaggio che mi sono fatto in tanti anni di collaborazione pur rispettando, ripeto, il lavoro del curatore che tende a renderlo più agile e spettacolarizzato.


Lo scorso anno hai annunciato che stavi lavorando su tre storie inedite di Napoleone, insieme a Paolo Bacillieri e a Giulio Camagni ai disegni. A che punto sono? Sai dirci quando potremo leggerle?

Le tre storie di Napoleone sono ancora in lavorazione ma direi che siamo prossimi a concludere. Solo allora potremo occuparci della programmazione e della sua forma editoriale.


Napoleone è un personaggio profondo e complesso e le sue surreali avventure con forti aspetti onirici e psicoanalitici suggerivano sempre degli spunti di riflessione notevoli. Secondo me si sente la mancanza di un personaggio di un tale spessore nella Bonelli, tanto che alla scorsa Lucca hai riproposto in volume tre storie da te scritte e disegnate. È questo il motivo per cui hai deciso di tornare su Napoleone con nuovi episodi?

Napoleone è un personaggio che ha riscosso apprezzamento e che, offertami l’opportunità, mi ha fatto molto piacere riprendere.


Con la miniserie Jan Dix hai portato il lettore a riflettere sul fine e lo scopo dell'arte, sulla ricerca tutta umana della bellezza attraverso l'arte. Il tutto usando il meccanismo narrativo del giallo, che rende attraente e divertente la tematica di base. Quanto è stato complicato rendere concetti artistici e filosofici in un fumetto d'avventura?

Jan Dix ha avuto una vita editoriale più breve di Napoleone, ma non meno importante per me e per il mio tipo di elaborazione del linguaggio del fumetto popolare specificamente legato alla vocazione e alla tradizione Bonelliana. Parlando d’arte (come di psicanalisi per Napoleone), l’imperativo era non annoiare senza banalizzare l’argomento, non so se ci sono riuscito, ma questo, ovvero la ricerca della misura, è il cuore del mio impegno professionale e creativo.



Sei anche autore di alcuni albi de Le Storie, la collana di avventure autoconclusive senza un personaggio fisso, dove gli autori possono presentare quei soggetti che avevano sempre tenuto nel cassetto e che non avevano mai avuto il coraggio o l’opportunità di pubblicare. Una bella occasione di libertà creativa. È stato così anche per te?

La maggiore libertà creativa stava soprattutto nel fatto che non si tratta di storie in serie, e sì, anche per me e per le due storie che ho scritto per la collana, è stata una buona opportunità.


Hai cavalcato anche i territori del western a fumetti, essendo stato uno dei disegnatori della prima storica serie di Ken Parker e avendo realizzato graficamente un Texone. Nell'albo de Le Storie, intitolato Cuore di lupo, hai scritto e disegnato un western contemporaneo nel mondo degli attuali nativi americani. Credi ancora in questo classico genere dell'Avventura?

Chi ha la mia età non può avere il Western nel cuore: ho amato e amo molto il genere e i suoi maestri, John Ford in testa, ci credo senz'altro, è un’epopea straordinaria, tornerà di moda quando torneranno ad occuparsene grandi autori.


Con la pubblicazione in Francia una trentina di anni fa di Nico Macchia, cavaliere medioevale protagonista di avventure noir ambientate nelle Fiandre di metà 400, ti affacciasti in un mercato e in un ambiente culturale in cui il fumetto ha un peso molto diverso da quello che ha nel nostro paese. Come vivesti quell'esperienza?

La tradizione editoriale francese è stata per anni un obiettivo da perseguire per chi avesse ambizioni d’autore, il fumetto sembrava godere di maggior prestigio e apprezzamento culturali. E forse per un certo periodo lo è stato. Oggi direi che ci sono altre opportunità che non siano il mercato francese per chi voglia proporsi e tutto sommato, anche sotto il profilo della qualità, quel mercato è stato forse un pochino mitizzato.

martedì 20 giugno 2017

Intervista a Gianfranco Manfredi


Lo scrittore Gianfranco Manfredi presenterà in anteprima nazionale durante Palmanova – The game fortress il suo romanzo Splendore a Shanghai edito da Skira. Gli rivolgiamo alcune domande su questa storia ambientata nella città cinese lungo un decennio a cavallo degli anni Trenta del secolo scorso. Shanghai, in quel periodo, fu teatro di importanti e tragici avvenimenti storici, ma vide anche il fiorire di un mondo sfavillante, fatto di locali notturni, musica, ballo, divertimento sfrenato, vissuto da una clientela borghese locale e internazionale. È di questo mondo, e soprattutto degli artisti che lo animavano, che il romanzo ci parla.


Da lettore dei tuoi fumetti, la prima cosa cui ho pensato quando ho ricevuto il file del tuo romanzo è stata: “Shanghai deve aver stregato Gianfranco!”. Infatti, dopo la miniserie a fumetti Shanghai Devil, edita da Sergio Bonelli Editore ed ambientata nella Cina dei Boxer di fine Ottocento, ritorni ora col tuo nuovo romanzo nella stessa città ma in un periodo successivo. È solo un caso oppure la Cina, e Shanghai in particolare, esercitano su di te un fascino irresistibile?

Dopo aver scritto il fumetto, avevo continuato a studiare Shanghai. Durante un viaggio a Los Angeles avevo trovato un saggio molto bello (Shanghai’s Dancing World di Andrew David Field) che ricostruiva la storia dei locali notturni in città dal 1919 al 1954. Lì per lì avevo pensato a riprendere la serie a fumetti con il personaggio di Risto (che aveva ereditato la maschera di Shanghai Devil) nel mondo dei locali notturni. Poi però andando avanti a studiare mi sono reso conto di come fosse stata importante Shanghai per la musica jazz e non solo. E così ho deciso di scriverci un romanzo. Pur avendo fatto il musicista per un sacco di anni, non avevo mai scritto un romanzo sulla vita e le esperienze di un giovane musicista e nel quale la musica fosse in primo piano. Dunque il fascino di Shanghai si è unito a quello per la musica di quegli anni.


Giannetto, detto Doremì, un giovane pianista di Senigallia, è il protagonista del romanzo. Da una vita grigia di provincia, nella quale si guadagna da vivere suonando il piano durante le proiezioni dei film muti presso il locale cinema Eden, viene catapultato in una delle capitali dello show business internazionale. Perché hai scelto proprio Doremì come osservatore, e protagonista, di questo mondo popolato dai cosiddetti Shanghailanders?

Perché sono nato a Senigallia. Mio zio si chiamava proprio Giannetto e durante gli anni del conservatorio suonava il piano in un cinema di Pesaro per sbarcare il lunario. Lui mi ha raccontato cosa volesse dire suonare durante la proiezione dei film muti. Quel cinema, in Italia, lo si era battezzato “Il silenzioso”, ma le sale erano in realtà una bolgia. Il pubblico commentava le scene a gran voce e urlava al pianista o alle sommarie orchestrine, di suonare questo o quel pezzo perché non si collegava la musica al ritmo delle immagini. C’era però chi si sforzava eroicamente di farlo, improvvisando la colonna. Mio zio Giannetto non ha mai lasciato l’Italia , ma altri miei parenti sì. Un altro zio emigrò in Brasile, una zia in Inghilterra, mio padre restò per otto anni in Africa, sei dei quali in campo di prigionia, mia madre passò un non breve periodo in Inghilterra, un’altra mia zia si trasferì a Ginevra… tutto questo in una sola famiglia! A moltissimi italiani capitava di trovarsi d’improvviso catapultati da una piccola città di provincia a un contesto del tutto nuovo, estraneo e spaesante. La Cina si prestava molto a dare il senso di questo spaesamento assoluto. Del resto, mentre usciva Shanghai Devil in edicola, alcuni lettori mi avevano scritto di loro parenti italiani in Cina e mandato anche delle fotografie.



La musica è la vera protagonista, attraverso le storie dei vari interpreti, famosi e non, di fantasia e realmente esistiti, che incontriamo lungo la storia. Ma anche attraverso le sue varie forme di espressione: concerti con orchestra sinfonica, balletti, gare da ballo, riviste, esibizioni canore, e soprattutto band di musica jazz, la vera passione di Doremì. E poi c’è il progetto incompiuto di rappresentare la Turandot di Puccini. E ancora le tante canzoni composte da Doremì, che esprimono ciò che sta vivendo. Perché hai sentito il bisogno di scrivere adesso un romanzo in cui la musica ha questo ruolo fondamentale?

Credo che in quegli anni, in cui il jazz era musica da ballo, sia nata la mescolanza che ha caratterizzato tutta la musica contemporanea. A Shanghai si mescolava tutto: da Tchaikosvkj al Kabarett tedesco. Shanghai era un porto franco in cui si arrivava da tutto il mondo e nel recinto dorato dell’International Settlement esplodevano i locali notturni. I generi musicali si influenzavano reciprocamente. La mescolanza includeva anche il gusto musicale dei cinesi: nasceva la cosiddetta Yellow Music che era un modo per portare ai cinesi la musica occidentale trasformandola secondo il loro gusto. La musica tradizionale cinese era pentatonica. Il pubblico cinese detestava il pianoforte. Ci si abituò soltanto lentamente. Al principio c’erano pianisti jazz che si trovavano costretti a suonare il piano con un dito solo per non infastidire il pubblico. Paolo Conte ha dedicato almeno tre canzoni a Shanghai: Lo zio (pensa un po’) ; Sotto la luna bruna; Jimmy Ballando. Confesso che quando le avevo ascoltate non avevo colto i riferimenti, ma evidentemente aveva approfondito cosa accadeva a Shanghai tra gli anni 20 e 30 e come sia stata fondamentale per il jazz. Dal punto di vista personale, mi sono allontanato per troppo tempo dalla musica. Sentivo un gran bisogno di riprendere a scrivere canzoni, ma sentivo anche che dovevano essere diversissime da quelle scritte in precedenza. Così, anzitutto le ho scritte in inglese, e poi le ho scritte pensando a un altro mondo, a un’altra epoca. Musicalmente spero di poterci lavorare con amici e colleghi che stimo molto e che stanno oggi riscoprendo con spirito nuovo la canzone jazz di quegli anni fondamentali. Alcuni di loro mi sono stati utilissimi mentre scrivevo il romanzo perché mi hanno illuminato su certi aspetti tecnici, evitandomi degli errori. Non c’è nulla di peggio che leggere un romanzo che parla di musica, sorbendosi gli strafalcioni degli scrittori.


Oltre alla musica, c’è anche tanto cinema in questo romanzo. C’è Warner Oland, l’attore svedese che interpretò il personaggio di Charlie Chan nella fortunata serie cinematografica, ma soprattutto c’è Anna May Wong, la prima attrice cinese-americana a diventare una star internazionale di Hollywood. È con la sua figura che si apre e si chiude circolarmente il romanzo e la storia di crescita di Doremì. Perché hai dato ad Anna questo ruolo e cosa ti ha affascinato della sua vicenda di donna e di artista?

Spero di potere tornare presto a raccontarla. E’ stata la prima star e sex-symbol orientale in America (era californiana, dopotutto) e in Europa: fece anche un’apparizione teatrale a Milano. Per qualche anno fu l’amante del mio attore preferito, Vincent Price, che però era già sposato. Venne molto osteggiata in Cina, perché a detta dei confuciani e dei nazionalisti dava un’immagine “peccaminosa” del paese. Insieme a lei ho anche raccontato Valaida Snow una cantante, ballerina e trombettista americana che suonava nello stile di Louis Armstrong. Anche lei vorrei tornare a raccontarla perché la sua biografia è talmente piena di cose (e anche di episodi controversi) che un romanzo soltanto non bastava.



Doremì e i suoi colleghi artisti vivono muovendosi fra due dimensioni, quella musicale e notturna dei locali in cui si esibiscono e quella reale e diurna del mondo che ogni giorno va avanti e si scontra con drammatici eventi storici. I primi anni Trenta sono infatti segnati da battaglie sanguinose combattute a più riprese a Shanghai fra i nazionalisti di Chang Kai-shek, i comunisti organizzati clandestinamente, le tong, i militari giapponesi. Perché, ancora una volta, come in altre tue opere (penso alle tue collane a fumetti) la Storia non sta solo sullo sfondo ma diventa spesso protagonista interferendo direttamente con le vite dei protagonisti?

In questo caso c’era un riferimento ai Diari Berlinesi di Isherwood dai quali è stato tratto il film Cabaret con Liza Minnelli. In quel film, assistevamo alla rutilante e “peccaminosa” vita del Kabarett berlinese nel contesto dell’ascesa del nazismo. Mi stimolava molto esplorare questo tema: cosa significhi fare musica e spettacolo in un contesto di acceso scontro politico e di guerra civile. Cosa deve fare un musicista in queste circostanze? Ce lo domandavamo spesso negli anni 70 quando si faceva spettacolo in un contesto bollente, dove le tragedie erano quotidiane. Lo spettacolo deve continuare comunque? Lo spettacolo non è un mondo a sé, anche se resta sempre, per molti versi, un mondo a parte. E poi hai ragione, l’intreccio tra la Storia e la vita quotidiana mi ha sempre appassionato. Non lo so bene, il perché. So che è così. La musica comunque è intimamente intrecciata alla vita e ai comportamenti collettivi. In quegli anni si diceva: “Joy, Gin & Jazz” esattamente come nella mia generazione si parlava di “Sesso, droga e rock’n’roll”. Non se ne parlava soltanto, si viveva così.



Giornalisti, attori, scrittori e poeti: non ci sono solo musicisti in questo romanzo. Fra tutti spicca Lu Xun, il più grande poeta cinese di quel tempo: un riferimento morale, prima che artistico. Cosa ti ha colpito di lui?

E’ una personalità gigantesca. Gli venne offerto il Premio Nobel, lui chiese all’Accademia di Svezia se avessero letto i suoi scritti in cinese. Gli risposero che li avevano letti nella traduzione inglese e siccome a lui quella traduzione non era piaciuta, rifiutò il Nobel. I suoi scritti letterari sono straordinari. Si confessò influenzato da Edgar Allan Poe e insieme guardava con ammirazione al grande romanzo sociale russo. Ma raccontava della Cina profonda. Mo Yan (Premio Nobel per la letteratura qualche anno fa) è stato indubbiamente molto influenzato da lui. Sul piano politico poi Lu Xun è ancora una stella polare. Per quanto vicino agli ambienti rivoluzionari, insisteva sempre sul fatto che i veri avversari sono i reazionari, non i riformisti. E agli studenti insegnava a non parlare “in nome del popolo” usandolo come astratto riferimento ideologico, ma a mescolarsi al popolo, a conoscerne e condividerne la vita e le sofferenze.


In Splendore a Shanghai c’è anche posto per l’amore. Diverse sono le donne da cui Doremì è affascinato. Oltre all’inarrivabile (?) Anna May Wong, Doremì si innamora della suonatrice e cantante afroamericana Valada, della pittrice e attrice cinese Xiaoman e della splendida cantante russa Olga. Da dove nascono i personaggi di Valada, Xiaoman e Olga?

I personaggi sono tutti storici, cioè autentici, a parte Olga che è inventata, ma altrettanto autentica, in quanto l’ho costruita per intrecci biografici. Le altre donne sono per Doremì conoscenze, con Olga invece vive una profonda e contrastata storia d’amore. Dunque dovevo inventarla per forza. Volevo scrivere una storia d’amore e non volevo farlo in modo stereotipato, volevo raccontare anche le incomprensioni, le distanze, i litigi, e quella parte che resta per entrambi i partner indecifrabile. Non è tutto chiaro nell'amore, non tutto è spiegabile. Raramente il vero amore è retorico, quando lo diventa può facilmente tendere al falso, magari gratificante, ma falso. In apertura del romanzo cito una frase di Italo Svevo in cui scrive: “Chi legge un romanzo deve avere il senso di sentirsi raccontare una cosa veramente avvenuta.”

Intervista a Luca Enoch

La manifestazione Palmanova – The Game Fortress si sta avvicinando e Luca Enoch sarà uno dei suoi protagonisti. Lo incontriamo in un periodo molto intenso per la sua carriera di fumettista, considerato che due sue creature, Dragonero e Lilith, stanno vivendo dei traguardi importanti.


Dragonero, la serie fantasy pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore, ha vinto l'ambito Premio Micheluzzi al Comicon di Napoli come migliore serie realistica. Successo di pubblico e di critica stanno premiando i tuoi sforzi, quello del coautore Stefano Vietti e di tutti gli altri disegnatori dello staff. Come hai accolto questa notizia e quali sono le ragioni del grande favore che Dragonero ha riscosso presso così tanti lettori?

Il Premio Micheluzzi è stata una grande soddisfazione personale, anche perché è il secondo anno di fila, avendolo vinto per Lilith la scorsa edizione, sempre come miglior serie dal tratto realistico. Quello che riusciamo a capire, Vietti ed io, dai nostri contatti con i lettori, è che particolarmente apprezzato in Dragonero è la costruzione del mondo in cui i personaggi si muovono. La morfologia, l’organizzazione politica, l’aspetto religioso, la natura della magia e il suo utilizzo così come la fauna e la flora, oltre alla storia antica ed epica, sono recepiti come un unicum organico e coerente, inteso non tanto come un valore aggiunto ma come una vera e propria impalcatura su cui costruire le vicende dei nostri protagonisti.

Le novità legate a Dragonero non mancano: forse le più importanti riguardano il futuro lancio delle due serie correlate, una “young” ed una “adult”. Come e perché nascono queste due iniziative editoriali?

Questo aspetto si collega a quanto detto sopra. Essendo il mondo di Dragonero così vasto e coerente, per noi autori è stato del tutto naturale allargare il racconto ad altre età e con altri toni narrativi. Nasce quindi lo “young” con i protagonisti adolescenti, in nuovo formato e a colori, che uscirà in edicola a partire dalla prossima Lucca Comics, dove verrà ufficialmente presentato.  Sempre a Lucca presenteremo Banda Senzanima, uno spinoff di DN con uno Ian appena sedicenne, scappato di casa in piena ribellione adolescenziale, per unirsi a una spietata compagnia mercenaria dove rimarrà per i successivi due anni. Un fantasy più duro di quello della serie regolare, anche questo a colori come lo Young e con una squadra di disegnatori dal tratto particolare, come Mario Alberti, Alfio Buscaglia, Manolo Morrone e Alessandro Vitti. Ancora in fase di lavorazione sono le Cronache, una collana dove andremo a scavare nelle leggende e negli avvenimenti del lontano passato dell’Erondàr, il grande continente dove sono ambientate le vicende della serie regolare.


Con il diciottesimo albo, si è appena conclusa Lilith, la miniserie a periodicità semestrale edita anch'essa dalla Sergio Bonelli Editore. Nella finzione della collana, le avventure della viaggiatrice nel tempo hanno alterato il corso della Storia, per come la conosciamo. Quanto ti sei divertito a concepire le ucronie e come le hai scelte?

Ci sono due desideri narrativi diversi che mi hanno spinto a scegliere determinati scenari per le mie distopie. Il primo è la “libidine” di ambientare le storia in situazioni e ambienti appassionanti da disegnare e raccontare, come la civiltà mexica al suo apogeo prima della distruzione da parte degli spagnoli, l’epopea dei pirati caraibici, la colonizzazione della Groenlandia e di Vinland da parte dei normanni e via così. L’altro impulso narrativo è quello di raccontare come eventi  catastrofici quali la vittoria dell’Asse nella seconda guerra mondiale, equiparati alla fine della civiltà in molte ucronie, possano cambiare il corso degli eventi storici in maniera meno drammatica di quello che si pensa. L’Iraq e l’Afghanistan della distopia in cui la Germania ha vinto la Grande Guerra è sono molto simili a quelli attuali: aree strategiche che vengono occupate da forze militari occidentali uguali agli eserciti che vi combattono oggi e con modalità di sfruttamento identiche a quelle delle cronache odierne. Per contro, l’esito di una singola battaglia sconosciuta ai più, come quella di Sekigahara in Giappone, nel 1600, potrebbe avere enormi ripercussioni su scala mondiale, con la colonizzazione dell’ovest nordamericano da parte della potenza  nipponica.


Scrivere soggetto e sceneggiatura e disegnare tutti gli albi di Lilith è stato molto impegnativo. Hai dovuto rappresentare in ogni avventura scenari, costumi e ambientazioni completamente diverse, calando Lilith e lo Scuro in contesti storici sempre ben approfonditi. Insomma, un lavoraccio di documentazione, creatività e disegno. A posteriori come giudichi questa piccola grande impresa?

Appassionante, come ho detto prima, ma sfiancante. Infatti, dopo diciotto anni di produzione a venticinque tavole al mese, senza soluzione di continuità, nemmeno nei mesi estivi, non me la sento di imbarcarmi in un altro progetto decennale simile. Inoltre, negli ultimi anni si è aggiunta la scrittura della sceneggiatura per Dragonero, lo Young e BSA ma le ore della giornata sono rimaste ventiquattro.


Da Sprayliz a Gea fino a Lilith, hai toccato sempre temi molto importanti in modo realistico: l'amore fra adolescenti, la omosessualità, la disabilità, il razzismo, l'insensatezza della guerra solo per citarne alcuni. Pur nell'etichetta fine a sé stessa di fumetto popolare, le tue opere sono la dimostrazione di come un linguaggio, il cui valore artistico non è riconosciuto nel nostro paese, sia in realtà capace di divertire con intelligenza. Cose ne pensi?

Il fumetto non è narrazione di serie B, è un linguaggio. Un linguaggio narrativo esattamente come quello cinematografico, quello della prosa, della fotografia e della poesia. E, in quanto linguaggio narrativo, può affrontare qualsiasi argomento con qualsiasi tono. Sono passati ormai decenni dallo sdoganamento del fumetto da parte di intellettuali come Oreste del Buono, Elio Vittorini e Umberto Eco ma la percezione di massa del fumetto è ancora legata a stereotipi frusti e logori.


I quattro volumi fantasy di Morgana, disegnati da Mario Alberti, e il giallo storico Rangaku, disegnato da Maurizio di Vincenzo, ti hanno portato in qualità di sceneggiatore a conoscere il mercato fumettistico francese. Cosa hai tratto da quest'esperienza?

Riallacciandomi a quanto detto sopra, l'esperienza nel mercato transalpino mi ha fatto conoscere un mondo in cui l’atteggiamento nei confronti del fumetto è radicalmente diverso da quello che conoscevo in Italia. Un festival del fumetto  in Francia è vissuto come un evento culturale. Ricordo che alla stazione di Montparnasse, a Parigi, dove partivano i treni per Angouleme, il grande atrio era drappeggiato di enormi manifesti che pubblicizzavano l’evento, con i nomi degli sponsor in bella vista, tra cui importanti istituti di credito. Era la prima volta che vedevo il fumetto tenuto in tale considerazione.

Intervista a Daniel Cuello

Dopo un giro di presentazioni che ha toccato varie e importanti tappe italiane, Daniel Cuello approda anche a Palmanova dove presenta il suo ultimo lavoro in uscita per Bao: Residenza Arcadia.
Originario dell’Argentina, Cuello risiede in Friuli-Venezia Giulia e da alcuni anni lavora nel settore del fumetto e della grafica. Il suo sito è www.danielcuello.com.

Cosa puoi anticiparci di Residenza Arcadia, il tuo nuovo volume edito da Bao?

Residenza Arcadia è un libro che parla di paura, intolleranza e quotidianità, ma in modo divertente, cinico e commovente. Ho fatto in modo che il lettore odi e ami contemporaneamente i protagonisti. Sono proprio loro il centro di questo libro, i loro dialoghi e le loro storie sono il fulcro di tutti gli eventi e portano, come un vortice, verso un finale inatteso.

Hai avuto una formazione artistica specifica o sei autodidatta?

Sono autodidatta, non ho mai frequentato scuole di fumetto. La maggior parte delle cose che ho imparato, e che metto in pratica quando scrivo e disegno, le ho acquisite leggendo altri autori e facendo molta, moltissima, pratica. Per anni la mia è stata più una ricerca che una vera e propria produzione.

Ci racconti brevemente le tue precedenti esperienze professionali?

Ho fatto molte cose. Per anni sono stato un magazziniere/commesso in un negozio della grande distribuzione, da qualche anno, invece, mi occupo di fumetti, illustrazione e grafica. Ho pubblicato con Baldini&Castoldi, Becco Giallo e Bao Publishing.

Nel tuo stile è difficile ravvisare delle influenze precise (certi disegni mi hanno ricordato un po’ Paco Roca, ma più per la verve che per il tratto): ammesso che ci siano, quali consideri i tuoi maestri ideali?

In realtà di Paco Roca non c'è molto nel mio stile, disegnavo personaggi anziani e arcigni ancora prima che uscisse Rughe. Sono due, forse tre, gli autori a cui mi sono principalmente ispirato: Quino, il creatore di Mafalda, del quale però amo soprattutto le vignette mute, Guy Delisle, per la semplicità dei segni che si sposano perfettamente con la sua visione tragicomica del mondo. E in ultimo Mattotti, dal quale ho preso ispirazione specialmente nei primi anni della mia produzione.

Dal tuo sito si nota il tuo interesse per le nuove tecnologie e per i social network: la cosa si estende anche agli strumenti con cui lavori, cioè usi effettivamente solo computer e tavoletta grafica?

Sì, sono passato al digitale anni fa, da allora la carta la uso principalmente per i bozzetti, ma la maggior parte dei disegni definitivi la faccio in digitale. Ad oggi uso quasi esclusivamente Photoshop, non perché sia in assoluto il miglior software, ma perché è quello a cui sono più abituato.

Tu sei originario dell’Argentina: hai fatto in tempo a vedere gli ultimi fasti delle riviste Columba e Record, come D’Artagnan, Nippur Magnum, Skorpio, ecc.?

No, paradossalmente li ho letti tardivamente quando vivevo già in Italia.

lunedì 19 giugno 2017

Intervista a Paolo Francescutto e Luca Malisan


Il Gotem Studio è una realtà costituita nel 2008 da Dimitri Fogolin, Paolo Francescutto e Luca Malisan, già animatori dell’Associazione Culturale Fame Comics. In pochissimi anni sono passati dalle fanzine a collaborazioni eccellenti con le più varie realtà del mercato fumettistico mondiale.
In particolare, Francescutto e Malisan sono tra le altre cose collaboratori regolari della testata bonelliana Dragonero, che a The Game Fortress sarà presente con una larga compagine di autori.
I lavori dei due si possono ammirare rispettivamente sul blog www.paolo-gomets.blogspot.com e sul sito www.malisan.it.

Insieme a Dimitri Fogolin animate lo studio Gotem. Come si svolge il vostro lavoro e come vi dividete i compiti? Lo chiedo perché mi sembra che sia anche una sorta di service oltre che un “semplice” studio di fumettisti.

FRANCESCUTTO: Agli inizi era più una cosa collettiva.
Capitava spesso si lavorasse assieme ad un unico progetto, e questo ci ha messo nelle condizioni di dover trovare un metodo di lavoro che rendesse possibile passarci le tavole da colorare l'un l'altro.
Piano piano ognuno ha intrapreso una strada più personale.
Luca ha iniziato a lavorare come disegnatore con risultati evidenti, sia all'estero che in Italia, Dimitri è stato via via sempre più impegnato come colorista, sempre molto richiesto, specialmente in Francia.
A me è stato chiesto di diventare collaboratore esterno alla Bonelli per gestire i coloristi della serie Dragonero.
Tutti e tre però abbiamo avuto modo di sperimentare, per la fanzine della quale facevamo parte, tutta una trafila di situazioni legate alla pubblicazione di un albo, dalla progettazione, alla realizzazione alla stampa.
Questo è stato sicuramente molto utile per capire quale potrebbe essere un problema relativo al lavoro che ora svolgiamo.
In più Luca e Dimitri (quest'ultimo con passato da grafico per qualche anno) sono due informatici che conoscono bene il linguaggio digitale, diversamente da me che nasco mosaicista, e questa loro conoscenza ha sicuramente portato benefici al Gotem.
Per quanto riguarda il “service”, beh, suppongo sia dato anche dal nostro voler imparare sempre quando qualcosa non ci è familiare, ci piace informarci e imparare di continuo, cosa indispensabile, credo, in questo lavoro.
Ognuno si può dire specializzato in un qualche modo, ma adoriamo le sfide e mantenerci allenati anche in ambiti più disparati che riguardano il mondo dell'illustrazione in generale, dal fare un fumetto, ad un’illustrazione ad un logo per una ditta.

MALISAN: Ognuno di noi porta avanti in modo indipendente il proprio lavoro, come fosse del tutto autonomo. Tuttavia, essendo io un disegnatore, quando ho bisogno di un colorista la cosa più ovvia è rivolgermi ad uno dei miei due soci. In questo modo la collaborazione tra noi diventa semplicissima, e anche l’editore è ben contento di ricevere il “pacchetto completo” senza altre complicazioni. Oltre al lato creativo del lavoro, c’è poi quello organizzativo e burocratico, dove invece ci diamo da fare in base alle nostre aspirazioni e competenze (e disponibilità di tempo). In questo modo la gestione è più leggera ed efficiente, rispetto ad un professionista che deve fare tutto da solo.
Capita anche di collaborare a più mani su uno stesso fumetto, ma si tratta di situazioni piuttosto rare, perché in genere la “mano” del singolo si fa notare, e non è così semplice imitare lo stile del proprio collega.

Per la Francia Luca ha realizzato, tra le molte altre cose, anche una serie (scritta nientemeno che da Corbeyran) dedicata alla produzione e alla commercializzazione del vino (un po’ una saga familiare come ce ne sono diverse sul mercato franco-belga, tanto da aver creato un vero e proprio sottogenere: per rimanere in ambito alcolico, pensiamo a Les Maîtres de l’Orge e Chateaux Bordeaux).
Secondo voi il fumetto ha delle potenzialità anche come veicolo promozionale, fosse anche solo di una regione o di una cultura e non di un prodotto specifico?

FRANCESCUTTO: In Francia quella cosa è possibile perché la cultura riguardo al fumetto è differente.
Non è affatto strano che qualcuno comperi un fumetto, pur non essendo lettore di fumetti, solo perché quell'albo parla di un argomento ad egli interessante.
Né è strano vedere persone di età e cultura differenti interessate ad uno stesso fumetto.
In più i fumetti in Francia sono valutati culturalmente importanti quanto i libri.
In Italia le cose stanno cambiando, sta di fatto che, negli ultimi anni, dei fumettisti sono stati candidati al premio Strega.
Dubito che vedremo, nel giro di poco tempo, una vera e propria rivoluzione, anche se lo spero fortemente. Credo però che il pubblico vada invogliato, educato alla lettura in generale (anche la lettura di libri comuni è in calo). Quando questo accadrà sono certo che il fumetto sarà visto come un mezzo di comunicazione degno come qualunque altro. Il fumetto ha un’enorme potenzialità come veicolo promozionale, può essere portavoce di infiniti argomenti.
Credo bisogni spingerlo però affinché avvenga, aver più coraggio a proporlo anche a chi non ne è abituato.

MALISAN: Certamente: il fumetto può avere tutte le potenzialità che con esso si vorrà esplorare. Il modo in cui ciò viene messo in pratica deciderà poi se la cosa funziona o meno. Penso che una buona storia debba comunque essere il motore di qualsiasi iniziativa. Un fumetto che si pone come obiettivo un messaggio (non solo promozionale, ma anche sociale o etico... di qualsiasi tipo) non sarà una bella lettura se la comunicazione sovrasta la narrazione. Avendo una buona idea, l’ambientazione (luoghi e tematiche) può diventare un ottimo veicolo promozionale. Ed è il caso dei due (riuscitissimi) fumetti citati.

Ci rendiamo conto che questa domanda richiederebbe molto spazio per una risposta… comunque: voi come studio Gotem avete lavorato per i maggiori mercati fumettistici occidentali, ovvero gli Stati Uniti, la Francia e l’Italia. Quali sono le differenze più evidenti che avete riscontrato tra queste realtà?

FRANCESCUTTO: Le paghe! :D
Scherzi a parte, le paghe sono parte delle differenze, in Francia sono generalmente più alte.
Ma la parte più evidente credo siano i tempi di lavorazione.
Per gli USA sono sempre stati molto ristretti, è capitato di dover fare una cosa come dieci tavole in poco meno di due settimane.
Per la Francia invece (specie qualche anno fa) un albo di 46 tavole poteva essere sviluppato nell'arco di un anno.
Recentemente mi è capitato di doverne fare uno intero in un mese, e grazie ad una buona organizzazione sono riuscito nell'impresa, con soddisfazione da parte dell'editor, ma è comunque stata un’eccezione.
Per il mercato italiano, con la Bonelli nello specifico, posso dire di trovarmi bene su quel lato.
C'è una continua comunicazione con i miei referenti che mi permette una buona libertà di azione, ovviamente rispettando i tempi di consegna che sono sempre molto importanti.

MALISAN: Le differenze sono molte. Alcune sono immediatamente evidenti, perché riguardano proprio la “confezione” del fumetto: numero di pagine, colori o bianco e nero, dimensioni, periodicità… Differenze importanti sono anche nella narrazione: il fumetto francese preferisce ritmi di lettura più lenti; le sue 46 pagine vengono in genere lette nel doppio o triplo del tempo rispetto alle 96 pagine del fumetto tradizionale italiano. Questo ovviamente richiede un approccio diverso da parte degli autori. Tante sono anche le differenze a livello organizzativo, nei rapporti che collegano noi con la casa editrice e gli sceneggiatori. Tuttavia da questo punto di vista spesso si trovano grandi differenze anche tra differenti incarichi su uno stesso mercato. Alla fin fine ogni progetto è un mondo a sé.

Il vostro cammino nel mondo fumetto comincia da lontano, nel 1997, prima con la fanzine “faMe!”, e poi nel 2002 con la costituzione dell'Associazione Culturale Fame Comics. Diverse pubblicazioni interessanti vi lanciano nel mondo del fumetto che conta. Ci volete raccontare questa bella avventura, di amicizia ancor prima che professionale?

FRANCESCUTTO: Tutto iniziò con un volantino che parlava di questo corso di base del fumetto tenuto da Davide Toffolo. Quindici lezioni in tutto. Come dire di no?
Si era legati specialmente dalla passione per il disegno e per i fumetti, in più Davide aveva creato un’atmosfera divertente e coinvolgente, e se pur sono stato un pessimo allievo lo ringrazierò finché campo.
Ultima “prova” del corso era completare una storia intera, finendo con la realizzazione di un albetto vero e proprio. Dei partecipanti al corso alcuni continuarono a trovarsi per creare qualcosa da esso, io fui latitante per qualche tempo. Li rincontrai, quasi per caso, e scoprii che avevano già impostato le basi per quella che sarebbe poi diventata la fanzine prima e piccola casa editrice poi.
Con il gruppo che si era formato non era solamente il fumetto lo scopo, ma anche un mezzo per accrescere le nostre capacità e per coltivare un amicizia che si faceva via via più intensa.
Alcuni si specializzarono nello scrivere, altri nel disegnare, tutti quanti ci arrangiammo come venditori, perché per tirare avanti (era sempre un’associazione non a scopo di lucro) bisognava vendere quello che producevamo.
Infatti, visto che l'intera filiera della produzione era gestita da noi, per poter mandare in stampa gli albi dovevamo anche fare cassa, e ciò voleva dire andare alle varie fiere del fumetto in giro per l'Italia, preparare il banchetto e mettere in vendita i nostri prodotti.
Oggi non è più così, c'è internet, c'è Facebook, ora chiunque può pubblicare a costo zero i propri lavori, senza però maturare quell'esperienza umana e tecnica che ora reputo importante per la nostra formazione professionale.
Andare in fiera era poi un ottimo momento di confronto con altri autori locali e non, si coglieva ogni occasione per mostrare i nostri lavori ad altri autori già conosciuti, ogni bastonata morale che si prendeva equivaleva ad una piccola lezione importantissima per migliorarci.
Non abbiamo fatto scuole di fumetto, a parte l'utilissimo corso di Davide. Facciamo parte di quel gruppo di autodidatti, ognuno aveva un altro lavoro “vero e proprio”, e il fumetto restava per noi una grande passione. Via via la qualità migliorava, non si facevano più solo storielle raccolte in albi, ma veri e propri volumi che ci vedevano in collaborazione con altre realtà più importanti e serie (la Società Filologica Friulana era una di queste). Arrivò poi il pellegrinaggio ad Angoulême, per cercare lavoro vero e proprio. Nel frattempo infatti la voglia di osare era grande, io lasciai il mio lavoro e la sicurezza economica della fabbrica per dedicarmi solo a questo.
Assieme a Luca (che andò un anno prima di noi) e Dimitri si andava oltralpe per mostrare i nostri portfolio ad editori francofoni, cosa quasi impensabile ai tempi qui in Italia. Ricordo ancora adesso, ore ed ore di coda, per avere due minuti di difficile dialogo (io il francese non lo conoscevo, e anche adesso a parlarlo farei accapponare la pelle) con l'editore di turno.
Vedere poi un mondo differente ampliava la mia concezione del mondo cui facevo parte, il confronto era sempre più aperto, e mi sentivo sempre più una goccia nell'oceano. Nonostante questo, già essere lì mi pareva una vittoria. Iniziai ad avere qualche proposta di prova di colorazione, non andò tutto bene, ma fa parte del gioco.
Da li, il passo per il Gotem fu quasi istantaneo.
Eravamo in tre amici che volevano seriamente fare questo lavoro, investivamo il tempo e il denaro che avevamo su questa passione, e in tre ci si poteva aiutare anche finanziariamente. Si andò quindi dal commercialista che prima gestiva l'associazione Fame Comics, e gli si chiese cosa avremmo dovuto fare per fondare un gruppo di lavoro. Era fatta, nel 2008 firmammo le carte per il Gotem. Non era più un sogno, era realtà.
Credo che il nostro essere complementari sia stato sempre un punto di forza, gusti differenti, idee differenti, culture differenti, non poteva che o andare tutto in malora nell'arco di pochi mesi o andare alla grande.
Sono anni che lavoriamo assieme, che viviamo praticamente assieme, siamo un po' come una famiglia, infatti i contrasti non sono mai mancati, ma il rispetto reciproco e la stima professionale che nutriamo l'un l'altro sono sempre stati presenti.

MALISAN: Ci siamo incontrati come partecipanti ad un breve corso di fumetto tenuto da Davide Toffolo. Compito di fine corso era la realizzazione di una fanzine e, non avendola finita in tempo, abbiamo proseguito gli incontri tra noi dopo la fine delle lezioni, per completarla. La cosa ci è piaciuta, a quel numero 0 sono seguiti altri, i nostri incontri si sono fatti regolari e così è nata l’Associazione Culturale Fame Comics e la sua attività di piccola casa editrice. Quando ho voluto tentare l’approccio professionale al fumetto ho ovviamente cercato i miei collaboratori tra quegli amici che conoscevo da molti anni. Dimitri e Paolo hanno condiviso l’idea di impegnarsi seriamente in un contesto non più amatoriale ma professionale e così nel 2008 è nato il Gotem Studio.

È notizia recente che Dragonero ha vinto il prestigioso Premio Micheluzzi al Comicon di Napoli come miglior serie realistica. Quali sono secondo voi le ragioni del successo che la collana sta incontrando presso pubblico e critica?

FRANCESCUTTO: L'enorme passione che ci han messo dentro Luca Enoch e Stefano Vietti, che sono gli ideatori di questo mondo: loro non scrivono Dragonero, loro lo vivono, non si limitano a scrivere storie, ma creano un mondo, con tutto quello che ci sta dentro.
Le trame non sono semplici, non ci si trova davanti a qualcosa di lineare; già dall'inizio sono stati messi qua e là dei semi che sono poi diventati parte importante del racconto.
Gli appassionati lettori poi possono essere molto meticolosi, se qualcosa non va come dovrebbe questi se ne rendono conto, tutto deve incastrarsi sempre nel migliore dei modi.
Il fantasy ha degli elementi che vanno rispettati, e loro hanno creato un intero mondo facendo questo, ma lo stesso sono riusciti a metterci qualcosa che non c'era prima, un’alternativa a mondi già preesistenti. Credo poi abbiamo avuto il grande merito di mettere su una scuderia di autori molto professionali e capaci.
Da qualche tempo dirigo la sezione colori della serie, e posso garantire che continuare a fare il colorista sulle mie testate e allo stesso tempo dirigere un gruppo che può arrivare a contare una dozzina di collaboratori può essere alquanto duro a volte. Se penso che loro invece ne gestiscono almeno quattro volte tanto e allo stesso tempo scrivono e lavorano su altre cose esterne, a volte dubito della loro natura umana... Saranno forse Luresindi?
Il fatto si sia poi tutti al lavoro per la Bonelli è anche garanzia di professionalità in altri rami della produzione. Luca Barbieri è l'editor della serie, Marina Sanfelice è un punto di riferimento anche dal lato tecnico, ed entrambi hanno una grande esperienza nel settore. Se poi si fanno i nomi di tutti i disegnatori della serie che hanno anche visivamente creato questo mondo non si finirebbe più. Qui pare stia solo elogiando quelli che ci lavorano, ma per me è sempre stimolante avere dei colleghi di alto livello, mette anche la voglia di fare sempre meglio.
Quindi, come detto all'inizio, la passione che uno mette nel proprio lavoro è inevitabilmente trasmessa anche a chi si gode il risultato finale.

MALISAN: E’ fatta bene. I creatori si sono impegnati e soprattutto divertiti nel costruire un universo dettagliato e regolato perfettamente. Penso che sia una delle cose più apprezzate dagli amanti del genere fantasy. Enoch e Vietti, i due scrittori dietro Dragonero, hanno un bagaglio enorme di competenze che permette loro di curare al meglio tutti gli aspetti della serie, non limitandosi alla scrittura, ma gestendo in prima persona e quindi con competenza e stile anche molti altri aspetti che in contesti differenti avrebbero difficilmente trovato persone altrettanto coinvolte. Serviva poi la competenza e affidabilità di un grande editore di fumetto popolare come Bonelli che investisse a lungo termine nella concretizzazione di tale mondo complesso. C’è inoltre un mix secondo me ottimale di tradizione e innovazione, contemporaneamente rassicurante e stimolante. Tutti questi aspetti ben riusciti creano un vero e proprio volano positivo: tutti noi ci sentiamo parte di un gruppo affiatato, deciso a dare il meglio e ad alzare continuamente il livello. Sono spesso sopraffatto nell’osservare la qualità delle pagine dei miei colleghi, si tratta di uno stimolo continuo all’impegno. E questo i lettori lo vedono.

Disegnare e colorare Dragonero: quali sono, se ci sono, le specificità professionali che vi richiede questa collana o le richieste particolari degli autori?

FRANCESCUTTO: A me come colorista viene lasciato molta libertà di azione a dire il vero. Capita sì che mi vengano date delle direttive, ma più legate al colore specifico di capelli di questo o quel personaggio per esempio, ma altre come le atmosfere sono scelte prevalentemente mie.
Personalmente sono dell'idea che il colore debba essere una cosa che accompagna il disegno, che lo valorizzi, anche se spesso mi lascio prendere la mano. Mi piace pensare che, tra una ventina di anni, qualcuno possa aprire un albo nel quale ci ho lavorato, e non sentire quella sensazione di vedere qualcosa legato ad un determinato periodo. Ci sono fumetti che risentono molto della moda del periodo in cui sono stati fatti, io non voglio che ciò accada per Dragonero, cerco sempre di fare in modo che siano apprezzabili sempre, senza sentirsi fuori tempo. E anche per questo che cerco sempre di adoperare tinte naturali, mai forzate.
Lo stile poi cambia da disegnatore a disegnatore, ogni albo per me è un lavoro differente, perché ogni autore necessita di differenti colori su di lui. Questo poi è uno degli aspetti che più amo del mio lavoro, mai uguale a se stesso.

MALISAN: Si tratta di disegni impegnativi, perché le ambientazioni sono sempre molto diverse, cambiano anche ogni poche pagine e tutte richiedono studio e attenzione. Il materiale di riferimento è moltissimo, ma non può essere esaustivo perché si tratta di mondi di fantasia e quindi è necessario sempre aggiungere qualcosa in più anche alla documentazione più dettagliata. Personaggi, veicoli, armi e oggetti sono tantissimi e diversissimi, e questo richiede ulteriori competenze e studi. C’è inoltre il coordinamento con altri disegnatori e la necessità di disegnare seguendo studi effettuati da altri; raramente i punti di forza di diversi disegnatori coincidono, perciò a volte ci si deve impegnare anche con cose che “non ci vengono bene”. Aggiungiamo che ho la massima libertà di messa in pagina e di ricerca di soluzioni grafiche personali, e questo è un piacere che porta con sé ulteriori sforzi di immaginazione (e grandi soddisfazioni!).

Intervista a Pasquale Frisenda

La manifestazione Palmanova – The Game Fortress si sta avvicinando e Pasquale Frisenda sarà uno dei suoi protagonisti. Maestro del chiaroscuro, il disegnatore milanese ha dimostrato tutto il suo valore su diverse testate bonelliane, seguendo un cammino dove il genere western la fa da padrone.

Sei entrato nella Sergio Bonelli Editore con il Ken Parker Magazine dopo aver lavorato per la Parker Editore di Berardi e Milazzo. Come ricordi quel periodo dal punto di vista professionale e quale è stato il tuo approccio a Ken Parker, personaggio unico nel panorama del western a fumetti?
Ken Parker lo scoprii intorno ai 15 anni, con due albi trovati per caso in una bancarella. Uno di questi era il numero 5, Chemako, colui che non ricorda, e l'effetto che mi fece fu enorme. Una storia davvero emozionante, profonda e molto intensa, resa splendidamente da dei disegni incredibilmente pieni di atmosfera e pathos.
Quella storia mi fece poi ricercare febbrilmente ogni albo della serie (una delle collane a fumetti più significative nella storia del fumetto italiano), e mettere meglio a fuoco il lavoro e il talento dei suoi due autori, che già avevo intuito leggendo solo quell'albo e verso cui ho sempre poi mantenuto quell'opinione iniziale. L'aver potuto collaborare alla serie all'inizio della mia carriera fu per me un grande privilegio, oltre che una grande scuola di formazione, considerando le molte difficoltà che una serie come quella di Ken Parker propone, in fatto di ricerca e approfondimento di molti aspetti della narrazione a fumetti. E' stato un impegno davvero totalizzante, anche perché ero un disegnatore alle prime armi che si confrontava con un personaggio così importante e con una serie davvero ricca di esigenze e di problematiche da affrontare e a cui prestare molta attenzione, a cominciare proprio dalla ricerca iconografica e finendo alla cura per l'espressività e la recitazione dei personaggi. Mi ci sono accostato con un certo timore ma anche con la massima disponibilità, anche perché ero comunque cosciente della grande opportunità professionale che per me rappresentava quell'esperienza. Il passaggio con la rivista che conteneva le nuove storie di KP alla Bonelli mi aprì di conseguenza tante possibilità diverse che non avevo fino ad allora mai considerato. Fu un periodo molto intenso e importante per la mia vita professionale.



Ti sei affermato alla Bonelli con Magico Vento di Gianfranco Manfredi, di cui hai disegnato diverse copertine e molti albi, tra cui uno del fondamentale ciclo della Guerra delle Black Hills (poi ristampato in volume cartonato). Come hai affrontato questa rilettura del genere western, sapiente intreccio fra le tradizioni soprannaturali dei nativi, la storia tragica della Frontiera e il gothic lovecraftiano?


Magico Vento è stata una scommessa editoriale coraggiosa e anche azzardata, a cominciare dal fatto di presentare una collana western in un periodo storico come il nostro, dove di sicuro non è più un genere molto popolare e diffuso, e, a questo, si deve poi aggiungere l'anomalia di un protagonista difficilmente classificabile, spesso problematico e in preda a suoi dilemmi, sempre diviso tra due mondi, quello dell'uomo bianco, da cui proviene, e quello dei nativi americani, da cui è stato accolto.
Una scommessa difficile ma, per molti versi, vinta, e non solo per la durata della testata in edicola ma anche perché ha fatto breccia nel cuore di molti lettori, ancora evidentemente in cerca di un certo tipo di storie e atmosfere. In "Magico Vento", uno degli impegni più complicati da risolvere fu di riuscire a visualizzare e rendere efficaci le molte creature ritratte nelle storie più oniriche e legate al folklore degli indiani d'America, visto che di materiale visivo in tal senso non ne esiste molto, e lui doveva essere disegnato in modo da comunicare il fatto che fosse un uomo agile e nervoso, ma anche cercando di conferirgli una certa solennità, per il suo ruolo di sciamano. Le varie commistioni di elementi narrativi così ricchi, tra il western, le tradizioni e il folklore dei nativi, la magia, l'occulto e il gotico, permisero alla serie di essere sempre viva e vitale, riuscendo ad offrire ai suoi lettori una lettura molto particolare della storia del West.




Patagonia è decisamente uno dei Texoni migliori (meritando infatti la ristampa in volume cartonato), grazie ai tuoi disegni e alla sceneggiatura di Mauro Boselli (curatore della collana di Tex). Non si può dire che tu non abbia dimostrato coraggio nell'affrontare il mostro sacro del fumetto italiano con un albo speciale. Sfida vinta alla grande e confermata con le successive prove nella collana regolare. Ma come si disegna Tex?


Patagonia è stato un progetto davvero stimolante ma che ha offerto non poche difficoltà, a cominciare dal fatto che la storia, svolgendosi nell'Argentina della fine dell'800, annullava ogni possibile documentazione sul West che avevo già a disposizione e si trattava quindi di cominciare da zero.
Fu difficile mettere a fuoco gli ambienti, naturali e non, le divise e le armi dei soldati come anche i costumi e gli strumenti dei gauchos (i cow boys di quelle terre). In questo mi aiutarono molto due film e altra documentazione messami a disposizione da Sergio Bonelli (che seguì passo passo la lavorazione del volume), il sostegno di Mauro Boselli e una fitta ricerca in quella direzione operata nei primi mesi di lavoro ma poi proseguita per tutta la durata della lavorazione del volume (parte della documentazione trovata non si riuscì ad utilizzarla nella storia, e, per alcuni fatti storici trovati, mi dispiacque molto). Una svolta importante me la diede la scoperta, grazie al consiglio di un collega, del lavoro di un pittore argentino, Juan Manuel Blanes, che fu per me una vera bibbia da cui estrarre informazioni e dettagli (la necessità di risultare realistici era forte anche per la trama della storia, che prendeva in esame un periodo storico molto particolare dell'Argentina, ricco di eventi cruenti e drammatici). La realizzazione di quel lavoro fu molto impegnativa, e, alla fine, solo dopo la lettura redazionale di Sergio Bonelli, per il parere che espresse, mi resi conto che per forse lo sforzo fatto su ogni tavola ne era valsa la pena e il risultato era come avevo sperato.
Anche il riscontro tra i lettori fu confortante, anche perché trovarono una storia anomala e ricca di momenti inediti nella serie di Tex (anche emotivamente parlando). Personalmente, poi, mi fecero piacere alcuni pareri e apprezzamenti arrivatimi da alcuni colleghi, che mi rincuorarono davvero molto sulle scelte fatte nelle tavole.
In particolar modo fu l'inaspettato commento ricevuto da Sergio Toppi (considerarmi collega di uno così a me fa strano, comunque), che sottolineò l'efficacia con cui, secondo lui, "erano state rappresentate le tribù dei nativi di quelle zone, che erano popolazioni molto povere e quindi complicate da rappresentare conferendogli un carattere di dignità vera e del fascino nei loro costumi, cosa più facile se fossero stati degli Incas", e detto da un autore come lo era Toppi, così capace di ritrarre i popoli del mondo, fu per me un regalo enorme.
In definitiva, Patagonia è stato di sicuro un'importante tappa nella mia carriera, ma anche una delle migliori esperienze lavorative mai affrontate. Disegnare "Tex" è un impegno particolare, per cui, come capita per ogni personaggio che si affronta, bisogna cercare di mettere a fuoco le esigenze della collana e del protagonista. In "Tex", ad esempio, occorre riuscire a rappresentarlo per quello che è, un eroe, senza per questo caricarlo sempre di eccessiva enfasi ma allo stesso tempo cercando di far restare la luce dei riflettori sempre su di lui, perché, al di là della storia raccontata, Tex è e resta il pilastro assoluto della serie, e quindi deve essere rappresentato e fatto intendere come tale.


Non c'è solo western nel tuo curriculum bonelliano. Accanto ad un episodio del Dylan Dog Color Fest del 2010, mi ha colpito molto Sangue e ghiaccio, albo della collana Le Storie, pubblicato nel 2016 su sceneggiatura di Tito Faraci. Un'avventura straniante, in cui reale e irreale sfumano i rispettivi confini, anche grazie alle tue mezzetinte e ad un uso particolare del colore rosso. Raccontaci di quest'esperienza.


Il progetto per Sangue e ghiaccio ha avuto una genesi un po' particolare e discretamente lunga. Era nato intorno al 2004, dopo una conversazione fatta con Tito Faraci su un articolo trovato su una rivista, e da lì pensammo che si poteva svilupparne una storia.
L'idea iniziale fu quella di tentare la strada del mercato francese, perché eravamo convinti che fosse la dimensione migliore per proporre una storia simile, ma dopo diversi tira e molla avuti con alcuni editori e durati alcuni anni, abbandonammo l'idea. Tempo dopo, a causa dell'apertura in Bonelli della collana "Le Storie" in cui pensavo di poter proporre qualcosa, a me e a Faraci ci venne offerta la possibilità di realizzare quella storia, cosa che accettammo di buon grado.
L'albo in sé ha avuto una gestazione e uno svolgimento non facili, a causa anche delle tante componenti narrative che lo formano, e forse in alcune parti si nota anche, ma nel complesso è un lavoro verso cui ho molto affetto, perché mi è stata concessa una libertà espressiva non sempre facile da avere. In definitiva, è stato un esperimento molto interessante.


Sei un grande appassionato di fantascienza: non a caso il tuo primo incarico professionale fu Tenebra, storia poi pubblicata sulla rivista di science-fiction Cyborg della Star Comics. Da dove nasce questa tua grande passione? Non c'è la possibilità di vedere un giorno la tua firma sui disegni di una storia di Nathan Never?


La fantascienza è una passione che mi porto dentro da tempo, maturata probabilmente fin da ragazzino a causa delle tante cose che vedevo in Tv, tra film, telefilm e cartoni animati, a cui si devono aggiungere fumetti e romanzi. Ho cercato in più occasioni di trovare in quel genere un progetto a cui collaborare, ma per ora senza molta fortuna, anche se a volte la cosa sembrava certa. Non so se accadrà in futuro, ma ci tenterò ancora. Che sia Nathan Never o altro si vedrà.


Credo che la frequentazione dello Studio Comix di Carlo Ambrosini, Giampiero Casertano ed Enea Riboldi sia stata fondamentale per il processo di crescita di un giovane aspirante disegnatore. Quale fu l'insegnamento più prezioso che ti lasciarono?


Qui c'è un piccolo equivoco, nel senso che la mia frequentazione dello Studio Comix fu assolutamente sporadica, ma, anche in quel modo, fu per me comunque importante, sia per i consigli (e le critiche) ricevuti sulle tavole che, forse ancora di più, perché vedevo all'opera quei disegnatori, cercando di apprendere tutto quello che potevo anche in quel modo.
Venire a contatto con un vero ambiente professionale, soprattutto in quel periodo (potevo avere 18 o 19 anni), fu un'esperienza molto rilevante, sotto molti punti di vista.


Al di là delle competenze tecniche, quali sono gli strumenti cui deve attingere un bravo disegnatore per svolgere al meglio il proprio lavoro?


Il fumetto si basa fondamentalmente sul raccontare una storia, quindi il disegnatore deve mettersi in quell'ottica di cose. Anche se è importante disegnare correttamente e cercare di sviluppare un disegno efficace e comunicativo, ancora di più si deve tenere conto di come raccontare al meglio la storia che si sta trattando, facendo costante attenzione a diversi fattori in più, come scegliere l'inquadratura migliore per le singole vignette, la recitazione dei personaggi, sia come espressioni facciali che come atteggiamento, e, non ultima, la cura della documentazione, che può andare anche oltre la normale ricerca di armi, ambienti e abbigliamenti, ma arrivare anche a dare ai lettori tutta una serie di informazioni aggiuntive, più accurate e precise, sugli argomenti trattati.
Un disegnatore di fumetti che cura tutti questi aspetti è quello che fa (o cerca di fare) al meglio il proprio lavoro.


Puoi già svelarci adesso a quale nuovo progetto stai lavorando o vuoi attendere di farlo durante Palmanova – The Game Fortress?


Ho appena finito una breve storia di Tex, che uscirà dopo l'estate in un numero della collana Tex Color, ma che, per questioni di tempistiche, non ho avuto la possibilità di colorarla da me, e ora sono al lavoro su un nuovo progetto, di tematica sempre western ma che conterrà non poche novità a livello narrativo, e che uscirà entro l'anno prossimo.

domenica 18 giugno 2017

Intervista a Fabio Babich

Evidentemente ci avevo visto giusto e ora Fabio Babich è passato in serie A, nientemeno che su una delle testate della Sergio Bonelli Editore che ha avuto più successo negli ultimi anni: Dragonero.
Sarà infatti presente a Palmanova – The Game Fortress insieme ad altri membri dello staff della serie.

Per cominciare, quale formazione hai avuto? Hai frequentato una scuola di fumetto?

Con la passione per il disegno da sempre, come la maggior parte dei fumettisti, mi sono diplomato all'Istituto d'Arte di Trieste nella sezione di decorazione. Ho acquisito quindi una formazione artistica di base che mi è servita molto nel mio percorso e che negli anni poi ho sviluppato per conto mio. Al termine degli studi ho frequentato un biennio di perfezionamento alla Scuola del Libro di Urbino, seguendo il corso di cinema d'animazione, dove ho iniziato a muovere anche i primi passi nel campo del fumetto.
Non ho frequentato quindi nessuna scuola specifica, ma ho proseguito da autodidatta disegnando sempre molto e confrontandomi con professionisti del settore in più occasioni possibili.

Oltre ad Edson Paz quali altri fumetti hai realizzato? A quando si può far risalire il tuo esordio nel settore?

Credo che le mie primissime pagine pubblicate, che si contano sulle dita di una mano, risalgano al 2008, su una rivista prodotta da Absoluteblack edizioni. Da lì in poi ho iniziato ad apparire sulla rivista Denti di Inkiostro Edizioni (per cui successivamente nel 2015 ho disegnato i numeri 2A e 2B de La Iena), Squarci sempre di Absoluteblack, fino ad esordire con il primo graphic novel nel 2011: Bugs – Gli insetti dentro di me, scritto da Adriano Barone per 001 Edizioni.
Nel 2013 inizia quindi il progetto de Le Mirabolanti Avventure di Edson Paz a El Alto, che mi ha impegnato per tre anni di fila, durante i quali ho collaborato anche con la rivista Splatter.

Tra queste esperienze precedenti a Bonelli ce n’è qualcuna che ricordi con particolare piacere?

Ogni esperienza è stata fondamentale per me, per la mia crescita personale e professionale, e devo dire che ogni progetto mi ha portato a nuovi orizzonti e dinamiche essenziali nel mio percorso.
Se devo citarne una, non me ne vogliano gli altri, ti dico Bugs, perché è stato il mio primo volume pubblicato e che mi ha iniziato al mondo del fumetto a livello professionale.

Come è avvenuto l’incontro con la redazione della Bonelli e il tuo reclutamento nello staff di Dragonero?

Ho colto l'occasione durante l'edizione 2014 di Lucca Comics, dove mi sono presentato a Stefano Vietti [creatore di Dragonero insieme a Luca Enoch] approfittando di uno dei credo pochi suoi momenti liberi. Avevo preparato un mio piccolo book con alcuni lavori miei e dei primissimi studi sui personaggi di Dragonero. Da quel giorno siamo rimasti in contatto e dopo aver disegnato un paio di pagine di prova mi è stato inviato il test ufficiale della casa editrice, che per mia grande felicità sono riuscito a passare.

Dragonero ha un parterre di disegnatori realistici e dallo stile molto particolareggiato, che spesso utilizzano fitti tratteggi, un segno molto modulato e dei neri profondi. Tu in Edson Paz hai usato un tratto molto pulito, quasi vicino alla Linea Chiara franco-belga: secondo te cosa ha colpito i redattori Bonelli?

In effetti passare dai cavalli motore di Edson Paz ai cavalli veri e propri di Dragonero è stato un po' traumatico!.. Quello che mi ha aiutato è sicuramente la mia poca costanza stilistica nel mio percorso artistico. Negli anni mi sono sempre divertito a disegnare generi e stili anche molto differenti tra loro, e ho sempre cercato di dare un buon dinamismo nelle tavole. Il fantasy, che come genere da rappresentare è molto vario, racchiude forse una buona parte di questo mio approccio lavorativo, e di conseguenza mi sono trovato subito a mio agio nonostante le difficoltà tecniche da superare.
Non so quindi se questa cosa, in maniera indiretta, è stata percepita anche dallo staff di Dragonero nel momento del verdetto finale.

Ecco, parlando del tuo approccio al lavoro e alla parte tecnica, tu oggi che strumenti utilizzi? Fai ancora i disegni a matita e poi li ripassi a china o ormai fai tutto con il computer (o la tavoletta grafica)?

Attualmente sono passato all'inchiostrazione digitale. Preparo le matite ancora sul foglio di carta, è un passaggio per me necessario per gestire al meglio il disegno e sentirlo mio. Poi scansiono e passo alla tavoletta grafica.
Mi manca un po' il tenere in mano la tavola originale finita ed inchiostrata, ma per il momento il digitale mi aiuta molto a velocizzare il processo di inchiostrazione ed essere pulito. Per non parlare della comodità di lavorare sul file definitivo che poi invio direttamente in redazione.

In generale, a quali autori ti ispiri?

Ce ne sono molti che mi hanno aiutato a crescere e che hanno segnato varie fasi del mio percorso. Molto probabilmente non sono visibilmente associabili al mio tratto di adesso, ma nel mio background ci sono artisti come Cary Nord, Alberto Breccia, Ashley Wood, Corrado Mastantuono, Alberto Ponticelli, Bilal, Greg Capullo, Danijel Zezelj e molti altri.
Poi ovviamente ogni giorno vengo spronato e influenzato dal lavoro incredibile che fanno i miei colleghi su Dragonero, e per me è una grande opportunità di confronto.

Quest’anno sarai ospite della manifestazione The Game Fortress che si terrà a Palmanova dal 30 giugno al 2 luglio: puoi già anticiparci qualcosa?

Sì, come anticipato da te all'inizio sarò presente assieme ad altri autori Dragoneriani, ma ci sarà anche uno spazio dedicato ad Edson Paz e tutte le sue avventure.
In più una sorpresa. Un progetto al quale ho collaborato che verrà presentato in anteprima proprio durante il festival e che coinvolge la stessa cittadina di Palmanova. Di più non credo di poter svelare al momento.

sabato 17 giugno 2017

Intervista a Giuseppe Palumbo

Giuseppe Palumbo è nato a Matera il 12 luglio 1964. Nonostante il suo percorso di studi abbia abbracciato il Liceo Classico e la Facoltà di Archeologia, è diventato uno dei più importanti disegnatori di fumetti italiani.
Esordisce su Tempi Supplementari della Primo Carnera Editore nel 1986 e ben presto il suo personaggio Ramarro (lucertolone antropomorfo, primo supereroe masochista) viene trasferito sulla rivista ammiraglia dell’editore, la gloriosa Frigidaire.
Ha collaborato con le realtà più varie, italiane ed estere, e tramite lo Studio Inventario fornisce un service per l’editoria scolastica e le agenzie pubblicitarie. Tra le altre cose, è il disegnatore degli albi speciali di Diabolik e della sua recente versione modernizzata DK.

È uscito da poco Escobar, con cui Mondadori ha inaugurato la sua nuova linea Oscar Ink: cosa puoi dirci della genesi di questo lavoro?

Si tratta di un vecchio progetto… Circa dieci anni fa, Guido Piccoli, mio amico dagli anni Ottanta, mi propose l’idea di adattare a fumetti gli eventi finali della vita di Escobar, personaggio su cui aveva già scritto due saggi. Facemmo qualche pagina di sceneggiatura, io realizzai le matite di tre pagine con l’idea che avrei messo in piedi uno staff di collaboratori, in primis Michele Benevento alle chine. Proposto in Francia, il progetto fu bocciato e finì nel proverbiale cassetto. Passati gli anni, pensando al film di Di Stefano, con Benicio del Toro nella parte di Escobar, “Paradise Lost”, in procinto di uscire in Italia (era il 2015), Guido torna a propormi l’idea… Io fatti due conti sul tempo a mia disposizione, sapendo di avere un buon contatto in Dargaud, l’ottima Gisèle De Haan, decido di mettermi all’opera. Ancora non sapevamo di Narcos né tantomeno immaginavamo il successo che avrebbe riscosso. Poi sono stati mesi matti e disperatissimi, perché fare un fumetto così non è proprio come fare un film o una serie tv, ma neanche è proprio una passeggiatina in riva al mare… Esce nel dicembre dello scorso anno in Francia e in aprile di quest’anno con il doppio marchio Astorina/Mondadori e di questo sono molto fiero perché Escobar è il primo prodotto editoriale Astorina non legato a Diabolik e il suo mondo.

Spero che non ti offenderai se dico che pur essendo ovviamente molto ben disegnato, l’aspetto che più colpisce della parte grafica di Escobar sono i colori di Arianna Farricella. Sembrano veramente acquerelli, peraltro integrati alla perfezione con i tuoi disegni: come avete proceduto per realizzare le tavole?

Sono molto contento che tu abbia apprezzato i colori di Arianna, ottima colorista ma non solo, visto che è una autrice in crescita. D’altronde anche Dargaud non ha esitato un attimo ad affidarle il compito. Ma lascia che chiarisca la tecnica: io ho disegnato le tavole a mezzatinta, acquerellando la china nera su una speciale carta colorata, la Magnani Annigoni, stupenda carta di puro cotone. Poi Arianna, su una palette più o meno concordata, ha sovrapposto in digitale tinte piatte o sfumate a colorare il mio acquerello. Il risultato, da molti confuso per un tradizionale acquerello, è in realtà un mix analogico/digitale che ci ha permesso di velocizzare il tutto avendo un controllo pressoché totale delle tinte.

Nonostante tu sia ancora relativamente giovane puoi vantare una lunga carriera, iniziata professionalmente sulle pagine di Totem come vincitore di un concorso per autori esordienti nel 1984 (ma poco prima alcuni tuoi lavori avevano fatto capolino nella pagina della posta di Eureka). In oltre trent’anni come è cambiato il mondo del fumetto in Italia? Consiglieresti ancora a un giovane di tentare questa strada?

In trent’anni è cambiato moltissimo, ma credo che non sia cambiata l’ansia di raccontare, che trova nei fumetti la sua via più rapida e personale per realizzarsi. Io avevo di fronte un mercato dominato dalla tradizione di genere (Bonelli, Astorina, Lancio ecc ecc) e dalla creatività più spinta (le riviste); ora le grandi case della tradizione di genere si aprono a nuovi esperimenti e la creatività più spinta cerca e spesso trova in libreria il suo terreno ideale e diventa seriale (penso alla produzione regolarissima, non saltuaria ma quasi programmata di autori come Zerocalcare o meglio di editori come Bao). E poi in più oggi c’è la rete… Perché non tentare?

La tua attività è veramente multiforme e sfaccettata: Diabolik, Martin Mystére, il mercato franco-belga, la produzione autoriale e sperimentale (dal seminale Ramarro ai più recenti Una storia lemming o L’Elmo e la Rivolta), quella colta se non proprio didattica (I Cruschi di Manzù, Uno si distrae al bivio) e addirittura una capatina nel mercato dei comic book come inchiostratore. Ti piace diversificare il più possibile il tuo lavoro o sei spinto da una forte urgenza di sperimentare formati e generi diversi?

Daniele Brolli scrisse di me che ero “autore totale e invisibile”. Forse la sparò grossa, ma la sostanza non è molto lontana. Io sono posseduto dalle storie che disegno e mi lascio possedere dalle storie che incontro sulla mia strada: sono dentro una continua sfida. Conosco il mondo che vivo, attraverso i miei segni e quindi non riesco a star fermo. Riposerò a tempo debito…